Il grande inganno di Calciopoli. Intervista a Stefano Grossi per Retrospettive

L’intervista a Stefano Grossi, autore del film Nel paese di Giralaruota. Il grande inganno di Calciopoli,  uscita sul magazine Retrospettive, a cura di Sarah Panatta

Nel paese dei “morti viventi” quanti scandali ai quattro venti…

Poteri interconnessi, inciuci politici, economici, mediatici. Informazione depistata, volontà occultate all’attenzione pubblica e per essa riscritte. Magagne e cicatrici del sistema-calcio, specchio (tutt’altro che deformato) del sistema-paese.

Il regista e co-sceneggiatore de Nel Paese di Giralaruota. Il grande inganno di Calciopoli, Stefano Grossi, racconta intenzioni e visioni, dentro e attorno al suo esplosivo documentario, indagine complessa e incalzante su un mondo che sopravvive sprofondando(ci). Giralaruota sarà presentato ufficialmente il 20 febbraio presso la Casa del Cinema di Roma. Il film è distribuito direttamente tramite vendita on-line.

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Giralaruota Stefano, e…“allegria”…di naufragi. Calciopoli è stato il naufragio pilotato della Juve o il naufragio mancato di un sistema corrotto che è rimasto ben saldo, a galla, mentre la Juve-Titanic affondava?

L’idea che ci siamo fatti io e Renato La Monica (che ha scritto con me la sceneggiatura del film ed è l’autore dei due libri dai quali il film è tratto) è che Calciopoli è stata soprattutto una gigantesca occasione mancata: quella di bonificare ossia riformare da zero un intero sistema politico-sportivo (dalle massime istituzioni della giustizia sportiva a quelle dell’AIA, della Lega Calcio e della FIGC, passando per gli organigrammi societari di molte squadre di Serie A, a partire da Juve, Inter e Milan). Come spesso succede in Italia, non è accaduto nulla di tutto ciò. Ed è assolutamente sintomatico dello stato comatoso del nostro sistema calcio (calco perfetto del nostro sistema paese) il fatto che proprio di recente Giancarlo Abete sia stato rieletto con più del 94% dei voti come Presidente della FIGC. E, pochi giorni dopo, Maurizio Beretta sia stato a sua volta rieletto come Presidente della Lega Calcio, con vicepresidente una fantastica new entry come Adriano Galliani (l’incarnazione stessa del conflitto di interessi nel mondo del calcio) e tra i consiglieri federali Claudio Lotito: uno che, per chi non lo ricordi, è stato condannato in primo grado il 3 marzo 2009 a 2 anni di reclusione per aggiotaggio e ostacolo all’attività degli organi di vigilanza sui titoli della Lazio, e in primo grado ad 1 anno e 3 mesi più 25.000 euro di multa dal Tribunale di Napoli l’8 novembre 2011, nell’ambito del processo penale relativo allo scandalo di Calciopoli (come vedete, tutto torna… senza contare che Lotito rimarrà nella storia per aver salvato la Lazio dalla bancarotta grazie al famoso “Decreto spalma-debiti”, altrimenti detta “Legge salva-calcio”, gentilmente concessa – via Carraro – dal secondo governo Berlusconi, nel 2003, contestata nella sua sostanza dalla Comunità Europea, nella persona dell’allora Commissario Ue alla Concorrenza Mario Monti – guarda un po’ – e definita dall’ex presidente della Covisoc Victor Uckmar “Un falso in bilancio legalizzato”). Per cui, la cosa più gentile che si può dire guardando le facce e soprattutto ascoltando il modo di parlare di queste persone è: siamo e restiamo sempre e comunque in una morta gora. Mi spiace essere costretto a parafrasare Beppe Grillo, ma in questo caso è proprio vero che ci troviamo in presenza di zombie: morti viventi che nessuno ha realmente interesse a scalzare dalle rispettive poltrone.

Il tuo documentario-inchiesta parte, giustamente, dalla genesi, da Moggiopoli che diventa Calciopoli. Ma la miccia della bomba, nel 2002, sono state alcune “uscite” di Moratti…il presidente “petroliere” ha servito un assist? A chi?

Anche in questo caso, l’idea che ci siamo fatti io e Renato La Monica (un’ipotesi che è stata abbondantemente confermata proprio in questi ultimi mesi dai risultati degli interrogatori di Giuliano Tavaroli ed Emanuele Cipriani al Processo Telecom in corso a Milano) è che la genesi di Calciopoli stia in quella grande zone oscura di cui si occupa per l’appunto il processo Telecom: una zona oscura occupata dal Tiger Team di Tavaroli, Mancini e Cipriani, già molto attivo dal 2002. A tale proposito, giova sempre ricordare le parole di Enzo Biagi, che già nell’estate del 2006, quando scoppiò Calciopoli, mise subito in relazione lo scandalo calcistico con la spy story Telecom, ben più destabilizzante in termini politici ed istituzionali: “Il sospetto, molto forte, è che si sia voluto individuare un cattivo, cioè Luciano Moggi, da dare in pasto al popolino per coprire un altro scandalo, di dimensioni ciclopiche”.

Non siamo in un gangster movie ma i concetti chiave disegnano dinamiche “mafiose”, per dirla alla Beha. Triade, rami della famiglia Agnelli, Telecom, intercettazioni illegali… e ancora Moratti… spiegaci la connessione, che non ci puoi “rifiutare”…

Innanzitutto precisiamo una cosa (altrimenti un sacco di galantuomini e di persone oneste si adombrano): Beha parla di “mafia” in senso lato, segnala un modo di essere e di parlare, un modo di relazionarsi agli altri, alle istituzioni, un malcostume ormai così sedimentato e operante nei luoghi più profondi dell’immaginario nazionale da colonizzarlo a tutti i livelli: sociale, economico, politico e culturale. E’ il trionfo dell’orwelliano “Bispensiero” di 1984, per intenderci: il mondo alla rovescia in cui ci siamo ormai abituati a vivere da più di vent’anni e che, all’interno del film, io e Renato La Monica abbiamo chiamato Il Paese di Giralaruota. Tornando a bomba al processo Telecom e alle simpatiche cose che accadevano qualche anno fa a Milano dalle parti di via Durini… una cosa che mi è molto spiaciuta è non avere potuto inserire nel film le ultime rivelazioni intorno al sistema Radar della Telecom (quello di cui si occupava Adamo Bove, per intenderci). Per darti un’idea, ti cito un ottimo articolo (datato 11 novembre 2012) del giornalista di “Tuttosport” Guido Vaciago, che si occupa di Calciopoli dal 2006. “Calciopoli: un retroscena emerge e potenzialmente potrebbe minare l’utilizzabilità della prova principale per la quale a Napoli è stato condannato Luciano Moggi (e non solo lui), ovvero le famigerate schede svizzere, con cui – secondo l’accusa – l’ex Dg bianconero coordinava la “cupola” e parlava con arbitri e designatori evitando le intercettazioni. Ora, grazie all’instancabile Paolo Gallinelli, l’avvocato dell’ex arbitro Massimo De Santis, sorge un dubbio sui tabulati, attraverso i quali hanno ricostruito i contatti fra gli “associati”. La domanda è questa: come hanno fatto i Carabinieri di via in Selci ad avere, nei loro tabulati telefonici, anche i tentativi di chiamata? Cioè, come hanno fatto ad avere nelle liste delle chiamate effettuate dalle famose schede svizzere anche le chiamate senza risposta (perché, per esempio, l’altro telefono è spento o non raggiungibile)? La domanda è importante, perché solo dal 2009 le compagnie telefoniche italiane raccolgono quel tipo di dato. Prima del 2009 i tabulati forniti alla magistratura per le indagini contenevano solamente i dati delle chiamate andate a buon fine. Come mai nei tabulati in mano agli inquirenti di Calciopoli i tentativi di chiamata invece c’erano? Quei tabulati, secondo quanto ricostruito in aula dagli stessi Carabinieri e in particolare dal maresciallo Di Laroni, sono stati ottenuti dalle compagnie telefoniche italiane (Tim, Wind, Vodafone, eccetera).

Ora il problema è capire perché quei tabulati erano così “dettagliati”, visto che all’epoca delle indagini (2004-2005-2006), le compagnie telefoniche non fornivano il dato dei tentativi di chiamata, in essi però contenuti. Arrivavano davvero dalle compagnie telefoniche? Al dubbio si associa un altro piccolo grande mistero delle indagini di Calciopoli, quello della presenza del computer di Giuliano Tavaroli nella caserma di via in Selci nei giorni in cui si indagava su Calciopoli. Il pc dell’ex responsabile della security Telecom (che aveva organizzato le indagini illegali su Moggi, De Santis e i designatori già nel 2003, poi coinvolto nello scandalo Telecom) venne spedito a Roma dalla Procura di Milano con un decreto di ispezione. Spedito proprio alla seconda sezione del nucleo operativo di via in Selci a Roma. Perché? E cosa conteneva quel pc? Tavaroli e i suoi uomini, per esempio, avevano accesso al famigerato sistema Radar, per intercettare illegalmente il traffico telefonico: e con quel sistema, anche i tentativi di chiamate venivano registrati.”

E’ piuttosto interessante, no? Ma quante persone, in Italia, sono a conoscenza di questi aggiornamenti sui fatti di Calciopoli? Il discorso a questo punto si dovrebbe spostare su quella che, all’interno del film, io e Renato La Monica chiamiamo “la Politica dei Media”, cioè l’uso mirato dell’informazione a fini di… disinformazione.

Tangentopoli dentro Calciopoli?

Io direi, meglio: Calciopoli come Tangentopoli, un’occasione persa, un miraggio di giustizia lasciato balenare per qualche istante davanti agli occhi del popolo bue e subito soffocato, là nella restaurazione della Seconda Repubblica (ancorché truccata da “rivoluzione liberale”), qui nelle chiacchiere da bar e negli odi incrociati delle opposte tifoserie. Perché poi uno dei problemi di questo paese (che vicende come quella di Calciopoli mostrano in tutta la sua evidenza) è che una fetta molto consistente degli italiani non sono e non si comportano da cittadini ma solo e principalmente da tifosi, “popolo” nel senso più ottuso e degradante che si può attribuire a questa parola (che io personalmente non ho mai amato: a me piace il concetto di cittadinanza). La dimostrazione è che altrimenti qui da noi a Giralaruota non potrebbero attecchire populismi beceri e degradanti come quelli dei vari Berlusconi, Bossi e Grillo.

 

Torniamo ai “protagonisti” del doc…Moggi, l’ex dirigente di uno squadrone invincibile che si lascia mettere alla gogna sistematicamente. Colpevole parziale? Vittima volontaria? Capro espiatorio?

Al di là di tutto ciò che raccontiamo nel film a proposito dello straordinario lavoro di controinchiesta organizzato dal collegio di difesa di Moggi, io penso che la cosa più sensata e coerente che in effetti sarebbe dovuta accadere, se si potesse riscrivere la storia, è che Moggi finisse effettivamente al posto di Galliani come DG del Milan, come tutto lasciava credere nel 2004, dopo quella famosa cena. Moggi è sempre stato organico a Berlusconi e a tutto ciò che Berlusconi storicamente e politicamente rappresenta: si capiscono al volo, si vestono allo stesso modo, amano gli stessi fiori e hanno gli stessi amici. Era a Torino, con tutti quei sabaudi con la puzza sotto il naso, che la sua presenza inevitabilmente stonava. Lui era perfetto per Milanello e Cologno Monzese.

 

Non ti chiedo (per non svelare troppo) del nodo clou, la ricostruzione dei processi, drammaticamente divertente e meticolosa nel tuo film. Ma i tifosi quanto hanno perso?

I tifosi (e io mi metto tra loro) sono in grado di mandare giù qualsiasi rospo. L’importante è non offendere la loro intelligenza (per chi ce l’ha). Per cui, secondo me, la cosa fondamentale è mantenere un atteggiamento “laico” nei confronti della propria passione e della propria squadra: il che significa collocarle in uno scenario storico, politico, economico e sociale coerente, non chiudere gli occhi, non negare l’evidenza e chiamare le cose con il loro nome. Questo è ciò che abbiamo cercato di fare io e Renato La Monica nell’arco di tutto il film. La cosa più insopportabile, da questo punto di vista (e in questo i tifosi interisti sono maestri assoluti, seguiti a ruota da quelli della Roma, con tutto il loro codazzo di giornalisti, telecronisti e opinionisti televisivi ossequienti al seguito) è coltivare la propria immagine di sé e della propria comunità come di un microcosmo di anime belle, un mondo luminoso abitato da gente onesta, ingiustamente perseguitata.

Alla fine di tutto questo “pateracchio”, tra ingerenze della giustizia sportiva pasticciona e insabbiamenti (in)volontari, il tifoso e il cittadino, gli attori manipolati della commedia, quanto pensi ne sappiano o sapranno mai?

Vale quello che ti ho detto prima. Non posso che ripetermi: ne sapranno quanto ne vorranno sapere, se avranno voglia di impegnarsi e di spendere delle energie e della fatica per arrivare a farsi un’idea un po’ più precisa o un po’ meno nebulosa dello scenario e dello sfondo entro il quale si sono consumati i fatti. Questo atteggiamento di fondo, com’è ovvio, prescinde da Calciopoli o da Tangentopoli: vale per ogni evento significativo della nostra vita individuale e collettiva.

L’opinione pubblica italiana si fa manipolare, è un dato di fatto. Perché ci limitiamo alla sindrome del buco della serratura? Prendere sulle proprie spalle un po’ di responsabilità critica fa così paura?

E’ difficile rispondere in poche righe a una domanda del genere. La mia idea è che siamo un paese debole e diviso, un paese di opposte fazioni eternamente contrapposte (e qui torniamo ai tifosi); il paese delle cento città, delle Signorie e dei Comuni, dei Guelfi e dei Ghibellini, del Papa e dei Borboni, del “con la Franza o con la Spagna, basta che se magna”, o del “grazie agli Americani, nostri liberatori”; un paese che ha poca coscienza di sé come entità storica unitaria (ha compiuto da poco 150 anni), dove non c’è stata la rivoluzione francese, dei Lumi e dei cittadini, e quella industriale delle macchine e dell’automazione è arrivata clamorosamente in ritardo; un paese di odiosa retorica istituzionale e di bizantinismi burocratici di ogni genere, in cui il cittadino non è mai orizzontale rispetto allo Stato e alla Legge, ma si trova sempre in subordine allo Stato e alla Legge, o al contrario sogna e si adopera per sovrastare lo Stato e la Legge. Per cui la Legge non è mai uguale per tutti, malgrado la scritta sempre in bella vista in tutte le aule dei tribunali: e torniamo a Calciopoli, al Processo di Napoli, al processo Telecom etc.

L’arma del paradosso sembra una tra le ultime superstiti per raccontare l’Italia, isola che (non) c’è, vecchio spaghetti western popolato di divi incartapecoriti e di faide in formaldeide. Ma come si fa a raccontare un paradosso che non si crede tale? Di paradosso di paradosso, gira la ruota e gira la testa…

Il paradosso mi sembra più che mai la chiave di questo nostro terzo millennio. Purtroppo, non riesco a declinare questa parola in modo lieve, “calviniano”, per intenderci. In questi casi mi viene sempre in mente uno straordinario proverbio ebreo: “Se c’è problema, perché ti preoccupi? E se non c’è problema, perché ti preoccupi?” A me sembra perfetto per raccontare il nostro presente e quello del nostro paese in particolare. Ovviamente, a seconda della propria personale disposizione d’animo, lo si può leggere come un inno alla libertà incondizionata delle scelte o al contrario come una resa desolata all’inutilità di ogni sforzo di modificare la realtà. Io purtroppo temo di propendere più per quest’ultima versione, anche se so che non è bello dirlo.

 

Lo dici nel prologo del documentario, “resteranno sempre zone d’ombra”. Ma questo vale solo per lo scandalo di Calciopoli? E quali ombre? E quali burattinai se ne stanno tranquillamente alla luce?

Il problema è che le zone d’ombra sono parte integrante della storia del nostro paese (altrimenti, per l’appunto, staremmo qui a parlare di un altro paese). Sarebbe fin troppo facile fare l’elenco dei misteri italiani irrisolti, dalla strage di Portella della Ginestra alla trattativa Stato-Mafia del 1993. Per quanto riguarda Calciopoli, si tratta di una vicenda che non invecchierà mai: tra processi che inevitabilmente raggiungeranno i loro vari gradi di giudizio (processo Giraudo e processo Moggi in ambito penale, richiesta di risarcimento danni per 444 milioni di euro alla Federcalcio da parte della Juventus in ambito civile, etc.) e nuove controinchieste che vengono alla luce, ultima in ordine di tempo il libro Trenta sul campo, edito da Baldini & Castoldi, scritto da Maurilio Prioreschi, uno degli avvocati del collegio di difesa di Luciano Moggi: una summa completa di tutto ciò che è stato detto e scritto fino ad oggi in ambito processuale della vicenda Calciopoli. In conclusione, credo che di Calciopoli si continuerà a parlare a lungo, e sono sicuro che emergeranno ancora nuovi elementi in grado di mutare e riassestare in modo sostanziale lo scenario e lo sfondo storico che hanno fatto da cornice (io aggiungo: e da detonatore) a tutta la vicenda.

 

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